RIFLESSIONI PER LE DONNE CHE ACCUDISCONO I GENITORI

Momenti difficili nella vita ne abbiamo passati tutti – e ancora ne passeremo sigh sigh – ma nessuno,  per me, è stato tanto destabilizzante come la perdita di autosufficienza di mia madre. Finché la cosa è stata parziale ho retto abbastanza bene: a fronte di un maggiore impegno di tempo e di energie, mi sono rimboccata le maniche e ho comunque  conservato ottimismo e positività, confidando nella mia resilienza costruita in tanti anni di yoga e di educazione somatica. Ma quando è stato necessario organizzarsi per accudirla giorno e notte, lì ho ceduto. Stanchezza costante, fisica ma soprattutto mentale per le troppe cose da gestire e organizzare, senso di accerchiamento, di un laccio che diventa sempre più stretto: mi sono sentita come un animale minacciato da un pericolo, incerto se fuggire, lottare, o restare paralizzato dalla paura. Proprio la fotocopia di come funziona il nostro sistema nervoso. Naturalmente ho lottato, non avevo scelta: sono salita sulla giostra e mi sono lasciata trasportare dal flusso degli eventi, anche se il desiderio di camminare in direzione contraria è sempre presente.

Questa situazione mi ha messo di fronte ai miei limiti, e al senso di colpa. Il senso di colpa deriva dalla sensazione di non fare abbastanza, di non passare abbastanza tempo con lei anche se molto del mio tempo è dedicato indirettamente a mia madre per la gestione di quel circo che è diventata la mia casa. I limiti già  li conoscevo: mi spendo  per gli altri, lo faccio volentieri, ma ho bisogno dei miei spazi, altrimenti mi sento un animale in gabbia. Il corpo non mente e manda messaggi inequivocabili: per stare bene  ho bisogno di spazi e di riposo, altrimenti crollo. Del resto è quello che insegno e ripeto continuamente nei miei corsi di yoga: per il nostro equilibrio psicofisico il pendolo deve oscillare tra il fare e il non fare, tra agire e essere, altrimenti ci disperdiamo e ci frammentiamo.

Il lavoro è la mia ancora di salvezza: i momenti in cui sto bene e mi ritrovo sono quelli in cui mi distendo sul tappeto e pratico, quando studio e quando insegno. Una volta di più riscopro il potere del corpo come via elettiva per il benessere. Se il laccio si stringe devo trovare un modo diverso di muovermi, di respirare, il mio cervello deve costruirsi nuove mappe, posso scoprire luoghi diversi nel corpo che non ho ancora scoperto, ma che posso abitare per trovare nuovi spazi e non vivere con questa sensazione di costrizione e mancanza di libertà che mi sfinisce. A questo si aggiunge il dispiacere di vedere un genitore fragile e giustamente insofferente per la perdita di autosufficienza. Insofferenza che tutti gli aiuti e le gentilezze del mondo non possono compensare perché la dignità di una persona passa soprattutto per l’indipendenza.

La sofferenza può essere evitata accettando quello che succede, insegna Patanjali. E anche evitando di immaginare per il futuro scenari peggiori di quello reale. L’immaginazione è una qualità finché la utilizzo per essere creativa nella preparazione delle pratiche yoga; invece è un ostacolo che destabilizza la mente se le permetto di travolgermi ipotizzando cose che potrebbero non accadere. Argomenti sui quali riflettere e che saranno al centro del prossimo incontro di studio dello Yoga Sutra, domenica 16 Febbraio. La vita mi sta offrendo una grande occasione per mettere in pratica questi preziosi insegnamenti.